In cresta alla Sibilla: un itinerario dell’Alta Via delle Marche

A piedi dal Rifugio Sibilla a Castelluccio di Norcia. Ecco la tappa 24 della nuova guida “A piedi sull’Alta Via delle Marche” dedicata alle aree interne delle Marche

Tappa 24 – dal Rifugio Sibilla a Castelluccio di Norcia

Percorrere questa tappa significa immergersi completamente in un’atmosfera da leggenda. Quello che c’è qui ha reso famose le Marche in tutta Europa dal Medioevo fino ai nostri giorni. E’ necessario quindi camminare con lo spirito giusto, a cuore aperto, attenti a tutti le sfumature che la montagna sa offrire. Mi raccomando, se soffrite di vertigini vi sconsigliamo di fare quest’escursione a causa di diversi punti esposti.

due persone ammirano un'alba sul monte sibilla
Alba sul Monte Sibilla – Foto di Nicola Pezzotta

Il percorso, per esperti, ha un dislivello di 950 m in salita e di 1070 m in discesa e si svolge su 18,7 km. Il tutto può essere percorso in 7.30 ore (più le soste). Visto che si tratta di una traversata vi consigliamo di lasciare un’auto qui e una al punto di arrivo, oppure fermarvi a dormire a Castelluccio di Norcia e ripercorrere lo stesso tragitto a ritroso il giorno seguente, o anche farvi venire a prendere a Castelluccio di Norcia.

Dal Rifugio Sibilla, attualmente non attivo ma in fase di ristrutturazione, dovete salire per un pezzo di strada bianca fino ad incrociare un sentiero che porta, con diverse svolte, alla sella tra il Monte Zampa e la cresta della Sibilla. Appena superata la forcella il cuore vi si riempirà di bellezza: un pendio vertiginoso si staglia davanti a voi mostrandovi tutta la valle del Tenna, con il famoso Infernaccio.

Dal Monte Zampa verso il Monte Sibilla – Foto di Nicola Pezzotta

L’Eremo di San Leonardo

Se aguzzate bene la vista, su di un pianoro lì in mezzo al verde del bosco, potete scorgere l’Eremo di San Leonardo (attualmente messo in sicurezza, solitamente aperto nel weekend dall’Associazione Amici di Padre Pietro). Questo edificio ha una storia millenaria che parte dall’epoca romana e arriva fino ai giorni nostri con l’opera di Padre Pietro.

Il frate cappuccino nel maggio 1971 iniziò la ricostruzione della struttura (era rimasto un rudere) e in 43 anni la completa realizzando sia il campanile che le scale, portando anche l’acqua e l’elettricità. Quando un malore lo colse nell’agosto 2015 aveva 89 anni e voglio pensare che questa tragica perdita sia dovuta al fatto che si sia lasciato andare proprio perché poteva dirsi compiuta la sua opera.

L’Eremo di San Leonardo – Foto di Nicola Pezzotta

Verso il “Regno della Sibilla”

Ritornati in cammino si percorre il sentiero che passa prima in cresta e poi a mezza costa con emozionanti affacci sulla valle dell’Aso e il comprensorio con le cime più alte dei Sibillini (Monte Vettore, Cima del Redentore, Pizzo del Diavolo, ecc..). Ad un certo punto si arriva di fronte ad una fascia rocciosa definita la “Corona della Sibilla”. Ruscirete a superarla agevolmente grazie anche alla presenza di una catena fissa, ma state comunque attenti a dove mette i piedi perché l’affaccio è pericoloso.

Verso la cima del Monte Sibilla – Foto di Nicola Pezzotta

Una volta su, si intercetta il sentiero che piega verso sinistra e porta in una zona dove la prateria lascia spazio ad un’area con macerie di rocce. Questa cavità è ciò che rimane della Grotta della Sibilla Appenninica.

Nei pressi della Grotta della Sibilla – Foto di Nicola Pezzotta

Qui storia e leggenda si intrecciano e a volte si fondono in modo indissolubile. La leggenda vuole che all’interno della Grotta vivesse una profetessa (alcuni la identificano con la Sibilla Cumana trasferitasi nell’Appennino, altri con una Sibilla diverse da quelle classiche) dedita alle arti divinatorie. Lei tutto sapeva di te al primo incontro: il tuo passato, il tuo presente e il tuo futuro.

crollo dell’entrata della grotta intorno alla metà del Novecento, diversi esploratori descrissero e mapparono la parte iniziale della cavità, cioè l’atrio. Le sale più profonde restano sconosciute, forse perché gli avventurieri scesi non sono più tornati. L’atrio era la vera testimonianza dell’antica frequentazione del luogo: sulle pareti erano presenti delle panche scavate nella roccia e diversi motti di cavalieri. Oggi purtroppo tutto è andato perso, tranne una piccola iscrizione tra le rocce (che sembra indicare la data del 1378), visibile solo a chi aguzza bene la vista.

La vetta del Monte Sibilla

Usciti dal regno incantato della Sibilla l’escursione prosegue salendo al di sopra dell’area della Grotta fino alla vetta del Monte Sibilla (2173 m). Continuate su questa cresta, ora affilatissima (attenti alle vertigini), con pareti strapiombanti sul Tenna e sull’Aso, fino alla sella tra la Sibilla e la Cima Vallelunga.

In vetta al Monte Sibilla – Foto di Luca Marcantonelli

La meta successiva è proprio quest’ultima cima e la potete raggiungere continuando a seguire la linea delle creste verso sud ovest. Il paesaggio è sempre grandioso: sarete completamente circondati dalle vette più alte dei Sibillini, tutte sopra ai 2000 metri. Dopo Cima Vallelunga (2221 m) si raggiunge con diversi saliscendi di cresta il Monte Porche (2233 m). La sagoma rocciosa che si staglia davanti è il Sasso di Palazzo Borghese, una parete di calcare massiccio strapiombante per circa 200 metri. Lì sotto, nell’anfiteatro glaciale, c’è un effimero lago (il nome è per l’appunto “Il Laghetto”) dove abita un piccolo crostaceo, il Chirocefalo della Sibilla. Questo animaletto è endemico del Laghetto ed è un parente stretto di quello del Lago di Pilato (Chirocefalo del Marchesoni).

Scendete sull’altopiano costellato di doline tra il Sasso, il Palazzo Borghese e il Monte Porche e prendete il sentiero verso sud (Strada Imperiale) che perde decisamente quota.

Verso il Pian Perduto

In men che non si dica si raggiunge Capanna Ghezzi (edificio attualmente inagibile per i terremoti del 2016; fonte d’acqua recentemente ripristinata). Svoltate a destra e raggiungerete la bellissima faggeta di Macchia San Lorenzo. Con una ripida discesa nel bosco vi troverete davanti alla Fonte di San Lorenzo (una di quelle con più portata d’acqua dei Sibillini). Piegate decisamente verso sud infilandovi in quella piccola gola chiamata Portella del Pao. Qui sono ancora evidenti i segni del terremoto con il dislocamento delle due porzioni di terreno proprio in prossimità della faglia.

Castelluccio da Colle Albieri – Foto di Nicola Pezzotta

Superata Portella del Pao sarete davanti al Pian Perduto, l’unico altopiano dei tre (gli altri due sono Pian Grande e Pian Piccolo) situato nella Regione Marche. Il nome del piano deriva da una leggendaria battaglia avvenuta tra nursini e vissani che vide la sconfitta di Norcia e la “perdita” della proprietà del pianoro.

Raggiunta la strada asfaltata girate a sinistra e salite a Castelluccio di Norcia, in Umbria, termine della tappa 24 dell’Alta Via delle Marche.

Questo itinerario è presente all’interno della nuova guida “A piedi sull’Alta Via delle Marche” edita da Iter Edizioni e contenente 27 escursioni alla scoperta dell’entroterra marchigiano.

Cos’è l’Alta Via delle Marche?

Il trekking Alta Via delle Marche è un percorso di 27 giorni (con possibilità di percorrere le tappe anche singolarmente o in più giorni di cammino) che attraversa tutte le aree interne delle Marche da nord a sud. Partendo da Carpegna (PU) e arrivando ad Umito, una frazione di Acquasanta Terme (AP), in 27 tappe percorre ben 416 km e poco più di 20.000 m di dislivello positivo. Si svolge su sentieri e tracce di sentiero già esistenti ma messi idealmente “a rete” per un progetto unitario.

Questa idea è nata per far conoscere il nostro territorio a più persone possibile, unito alla voglia di andare ad esplorare luoghi anche per noi poco frequentati e di riportare l’interesse verso le zone montane. Al cammino manca ancora la segnaletica (sarà il prossimo step del nostro progetto) ma non avrete modi di perdervi e se continuate a leggere scoprirete il perché.

Il progetto è stato ideato da un gruppo di amici appassionati di montagna. Io (Nicola Pezzotta) sono in Ingegnere con una specializzazione in Geomatica ma anche Guida Ambientale Escursionistica, socio AIGAE. Insieme a me ci sono altre due Guide Ambientali Escursionistiche, soci AIGAE, Luca Marcantonelli (Fotografo con una laurea in Scienze e Tecnologie Alimentari) e Ruben Marucci (Dottore in Psicologia). Completa il team Fabiola Cogliandro (Storica dell’Arte ed Operatrice Museale), Lucia Paciaroni (Giornalista, Fotografa e Dottoranda di ricerca in Scienze Umane) e Stefano Properzi (Naturalista, Fotografo e Guida Ambientale Escursionistica, socio AIGAE) che hanno contribuito alla stesura dei testi della guida e anche alla revisione delle tappe sul campo.

La guida “A piedi sull’Alta Via delle Marche”

Da fine giugno 2019 il nostro progetto è diventato una guida cartacea in vendita in edicola (nelle Marche), in libreria, su internet (Amazon e sito della casa editrice) edita da Iter Edizioni. La guida descrive minuziosamente il percorso tappa per tappa e su cui è possibile leggere approfondimenti del territorio attraversato. Visto l’avvento ormai massivo della tecnologia è possibile anche scaricare, a chi compra la guida, le tracce GPS dal sito della Iter Edizioni.

I luoghi da non perdere lungo il percorso

Lungo il percorso si toccano luoghi naturali incredibili come l’Arco di Fondarca a Pieia, la Balza Forata a Piobbico, il Sasso Simone a Carpegna, il Lago di Pilato a Montemonaco, luoghi ricchi di storia come il Monastero di Fonte Avellana a Serra Sant’Abbondio, l’Eremo di San Girolamo a Pascelupo, l’Abbazia di Valdicastro a Fabriano, la Grotta della Sibilla Appenninica a Montemonaco e piccoli borghi incastonati in un contesto ambientale unico come Elcito, Castelletta di Fabriano, Cantiano, Mercatello sul Metauro. La lista è lunghissima e ne ho citati solo alcuni così da aumentare la vostra curiosità.

L’Alta Via delle Marche attraversa, per alcuni piccoli tratti, anche le regioni limitrofe. Questa scelta è dovuta alla continuità dell’ambiente naturale che non tiene conto dei confini creati dall’uomo. I confini sono più per i burocrati che per i camminatori.

Il terremoto del 2016 non ha lasciato indifferente questo percorso. Molte strutture ricettive da noi identificate prima del 2016 purtroppo sono inattive o distrutte. Alcuni dei borghi più caratteristici dell’area sud delle Marche hanno i centri storici pesantemente lesionati come Visso o completamente distrutti come Arquata del Tronto. Il colpo è stato forte, ma questo non ha fatto vacillare la forza della gente di montagna. Grazie alla loro perseveranza alcune strutture ricettive già hanno riaperto e sono state perciò reinserite nella guida. Sono sicuro che saranno molto felici di farsi una chiacchierata con voi e vedervi camminare lungo questi sentieri.

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