A Urbino iniziano i festeggiamenti per Raffaello 2020

Le Marche e i suoi personaggi illustri: dopo Rossini e Leopardi , ecco il divin pittore Raffaello celebrato.

A Urbino inaugurata la mostra “Raffaello e gli amici di Urbino” presso la Galleria Nazionale delle Marche nel Palazzo Ducale di Urbino.

#Raffaello2020. Il primo degli eventi dedicati al grande maestro urbinate.

Aperta fino al 19 gennaio 2020 e dedicata al pittore che morì a Roma nel 1520.

La mostra a cura di Barbara Agosti e Silvia Ginzburg. direzione di Peter Aufreiter.

Raffaello, un genio che trovò ad Urbino l’ “ambiente di coltura e cultura” che gli consentì di diventare quello che è stato.

Ad Urbino, e nelle Marche, Raffaello respirò arte fin da subito, nella attivissima bottega del padre Giovanni Santi.

Crescendo e lavorando in ambiente in fermento e di confronto con gli artisti impegnati alla Corte dei Montefeltro e nel Ducato.

Artisti che lo avvicinarono ai venti nuovi che sul mutare del secolo, tra Quattro e Cinquecento, rivoluzionarono l’arte in Italia e in Europa.

Il fascino del cambiamento artistico tra ‘400 e ‘500

Filo conduttore della mostra è l’attività dei pittori urbinati Timoteo Viti (1469-1523), Girolamo Genga (1476-1551) e Raffaello Sanzio (1483-1520).

Diversi per età, per talento e per formazione, i tre artisti reagiscono variamente alle sollecitazioni che incontrano allontanandosi dalla città natale, mossi da una volontà di aggiornamento che li accomuna, ma che li porterà a compiere scelte molto differenti. Pur incrociandosi più volte, i loro percorsi divergeranno infatti significativamente.

Dal Direttore Aufreiter “Indaga e racconta, per la prima volta in modo così compiuto, il mondo delle relazioni di Raffaello con un gruppo di artisti operosi a Urbino che accompagnarono, in dialogo ma da posizioni e con stature diverse, la sua transizione verso la maniera moderna e i suoi sviluppi stilistici durante la memorabile stagione romana”.

Fondamentale il ruolo giocato dagli umbri Perugino e Luca Signorelli nella formazione e nel primo tratto dell’attività di Raffaello e in parallelo dei più maturi concittadini Girolamo Genga   e Timoteo Viti, artisti che ebbero a intersecarsi con il periodo fiorentino e con i primi tempi della presenza romana di Raffaello.

Seguendo la loro storia attraverso diversi contesti la mostra permette di assistere al passaggio dalla pittura del tardo Quattrocento alla piena fioritura della Maniera moderna, osservandone spinte propulsive, accelerazioni e resistenze.

L’Itinerario espositivo

L’itinerario espositivo è articolato in 6 sale, che conducono dalla fase più acerba della attivitàdei tre artisti a Urbino fino alla grandiosa stagione romana di Raffaello e al suo lascito.

Sala I

Urbino alla fine del Quattrocento: Raffaello giovane e gli esordi di Timoteo Viti

Timoteo Viti si forma nell’ultimo decennio del Quattrocento a Bologna con Francesco Francia, protagonista insieme a Perugino di un mutamento della pittura verso una  “dolcezza ne’ colori unita” (Vasari) allora del tutto nuova, ma presto spazzata via dalle ben più audaci innovazioni emerse dalle ricerche di Leonardo sulla rappresentazione della natura e degli affetti.

Questi modelli bolognesi sono determinanti per le opere eseguite da Viti dopo il ritorno a Urbino, dove alla decorazione della cappella Arrivabene in duomo lavorò con Girolamo Genga, ex allievo e poi fidato collaboratore di Luca Signorelli.

La formazione di Raffaello, a tutt’oggi molto discussa, è richiamata attraverso il suo possibile esordio nella bottega di Perugino e gli studi compiuti sulle opere di Signorelli, esperienze che precedettero la sua collaborazione con Pinturicchio (1502-1503) tra Perugia e Siena, e la flagrante adesione a Perugino (1502-1504). Sono tappe del suo sviluppo rappresentate da opere precoci tra cui le due ante di altarolo oggi divise tra la Galleria Nazionale delle Marche e una collezione privata americana, alcuni disegni, il San Sebastiano della Accademia Carrara di Bergamo.

Sala II

Raffaello e Girolamo Genga tra Firenze e Siena

Il cruciale soggiorno di Raffaello a Firenze iniziò alla fine del 1504, imponendo il confronto con le ricerche di Leonardo, tema al centro di opere qui esposte come la Madonna Conestabile dell’Ermitage, il ritratto femminile degli Uffizi detto la Gravida, e la Madonna Colonna dei Musei di Berlino

Anche Genga poco dopo era a Firenze, dove in principio fu molto segnato dall’ influenza di Perugino; vi tornò poi più volte da Siena, aggiornandosi su Fra Bartolomeo e sulle opere fiorentine di Raffaello, come documentano alcuni dipinti esposti in mostra.

Sala III

Le strade di Raffaello e Genga nel secondo decennio

La travolgente crescita di Raffaello nella Roma di Giulio II si segue dalla più precoce Madonna Mackintosh, ancora legata alle esperienze fiorentine, alla Madonna Aldobrandini, che risente del primo impatto con la volta sistina di Michelangelo e dell’intensa vivacità del colore sperimentata negli affreschi della Stanza di Eliodoro.

I contatti di Raffaello con gli amici pittori, come Viti o il perugino Domenico Alfani,  determinano intanto la diffusione di alcune sue invenzioninel contesto umbro-marchigiano.

Profondamente maturato nella Firenze di Fra Bartolomeo, Raffaello e Michelangelo, Genga dispiegherà una reinterpretazione del tutto particolare dei modelli della Maniera moderna esperiti negli anni trascorsi in Toscana, come dimostrano alcuni dipinti suoi per la prima volta qui presentati al pubblico italiano.

Sala IV

Due frammenti dell’attività di Raffaello nella Roma di Giulio II e di Leone X

Un’opera di speciale importanza sta a rievocare la decorazione della cappella di Agostino Chigi nella chiesa di Santa Maria della Pace a Roma, l’impresa compiuta da Raffaello al tempo di papa Giulio II nella quale già Vasari registrava una nuova maestosità, generata dal precoce contatto con il soffitto della Cappella Sistina.

Si tratta di uno dei due tondi bronzei realizzati su disegno di Raffaello per essere collocati sulla facciata della cappella Chigi, ai lati della nicchia con l’altare, completando la decorazione a frescocon Sibille e Profeti. Questo cantiere decorativo fu teatro della collaborazione tra Raffaello e Timoteo Viti, convocato a Roma dal maestro nel 1510-1511 come assistente proprio in questa circostanza.

Il cartone preparatorio per una delle scene affrescate sul soffitto della Stanza di Eliodoro nel Palazzo Vaticano (1514), l’apparizione di Dio a Mosè sotto forma di roveto ardente, è imponente testimonianza della crescita di Raffaello a contatto con le sollecitazioni della scultura antica e con la monumentalità della pittura di Michelangelo durante l’età di Leone X.

Sala V

L’attività di Genga in Romagna e l’epilogo urbinate di Viti

Nonostante la collaborazione con Raffaello, Viti rimase pressoché impermeabile alle stupefacenti novità incontrate nell’Urbe, attestandosi sostanzialmente sulla cultura della propria formazione nella sua ultima attività a Urbino al servizio del duca Francesco Maria della Rovere e della sua corte.

Diversamente, Genga si spostò a lavorare in Romagna, dove eseguì opere che illustrano la totale autonomia con cui si fece interprete delle novità studiate in Toscana. L’enorme pala d’altare realizzata per la chiesa di Sant’Agostino a Cesena fra 1513 e 1518, oggi smembrata, di cui la mostra espone la cimasa, un comparto della predella, diversi disegni preparatori, è esito delle ricerche compiute su Fra Bartolomeo, sulle opere fiorentine diRaffaello, sulle stampe nordiche. E’ qui la prima prova di Girolamo nel campo della progettazione architettonica, in seguito predominante nella sua attività.

Sala VI

Dopo Raffaello

 Da Cesena Genga si trasferì a Roma alla fine del secondo decennio, in tempo per intercettare la fase estrema di Raffaello pittore e architetto e gli esordi dei suoi allievi,rappresentata in mostra da spettacolari opere tra cui l’impressionante cartone per la pala con la Lapidazione di santo Stefano, nato dalla collaborazione con Giulio Romano.

Scomparso Raffaello nell’aprile 1520, fino al rientro al servizio di Francesco Maria Della Rovere Genga restò attivo nella Roma tanto più austera di papa Adriano VI, dove Giulio, erede maggiore del patrimonio di disegni del maestro urbinate, ne sviluppava la lezione formale e tecnica, catalizzando a sua volta l’attenzione di molti giovani artisti provenienti da altri centri d’Italia o d’Europa.

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